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La moda del giapponismo
Nel 1853 il commodoro statunitense Matthew Perry approdò in Giappone, aprendo ai paesi occidentali la possibilità di accordi commerciali con l'impero del Sol Levante, fino ad allora rimasto chiuso al resto del mondo. Da quel momento l'Europa importò dal Giappone non solo una grande quantità  di merci (ventagli, kimono, paraventi, maschere, porcellane, avori, bronzi, lacche, stampe), ma anche canoni estetici ispirati a una nuova forma di esotismo. L'influenza sull'arte e sulla letteratura occidentale furono evidenti. Gli artigiani e gli artisti europei inclusero nelle loro opere aspetti mutuati dall'arte giapponese, con risultati molto diversi: originale reinterpretazione o semplice riproposizione di elementi giapponesizzanti. Come tutte le mode di successo, il fascino dell'arte giapponese si diffuse velocemente. La pagina qui proposta, tratta dal «Giornale dei fanciulli» del 1893, è caratterizzata da molti degli stereotipi riferibili al “giapponismo”: gli ideogrammi che, indecifrabili per un pubblico occidentale, sono impiegati come elemento pittorico-decorativo; la scritta del mese di maggio realizzata con un carattere in sintonia con la scrittura giapponese; i pochi versi che ricordano la sintesi dei componimenti poetici giapponesi; il giovinetto in basso a sinistra che “dipinge” i caratteri sulla carta; la gru, uno degli uccelli tipici dell'iconografia giapponese; i costumi e l'aspetto dei due giovinetti; il ciliegio in fiore con la lanterna appesa. Ma in questo fiorire di elementi giapponesizzanti, si inserisce un elemento occidentale, l'amorino alato sulla sinistra che scrive, seduto sulla “M” diventata sgabello sulla quale sono appesi due cuoricini.